Alta Via del golfo Paradiso

Riviera di Levante

20 febbraio


Sori - Tramonto dall
Sori - Tramonto dall'Aurelia

Diario di viaggio

Questa traversata sulle alture del golfo Paradiso percorre due possibili tappe finali delle Vie del Sale o Vie del Mare: si tratta di quei percorsi che partono dalle alture a sud della Pianura Padana e scavalcano l'Appennino per approdare sulla costa ligure.

Il sentiero di salita è segnalato dalla stazione di Recco. Spesso in Liguria le tacche partono dalle stazioni ferroviarie, perché questo è il mezzo di gran lunga più comodo per muoversi lungo la costa, avara di spazi per parcheggiare l'auto. Dalle mie parti, invece, chi arriva con i mezzi pubblici deve scoprire da solo la strada che lo porta all'imbocco del sentiero.
Sottopassato l'incombente ponte ferroviario, risalgo una scalinata e poi imbocco una stretta via che diventa quasi subito un percorso pedonale tra due alti muri di pietra. Incrocio e saluto un papà nerboruto che tiene per mano il figlio. Il sole è appena sorto dalla collina di fronte e mi acceca piacevolmente. Quando la via sbuca di nuovo sulla carrozzabile, noto che non ci sono segnalazioni. Vado verso la creuza più vicina, che porta il nome di una frazione più a monte. Sulla carta noto che il sentiero non passa di lì e capisco che avrei dovuto lasciare la pedonale prima, per una scala che avevo notato. L'usanza di dare alle vie il nome del luogo in cui sono dirette è molto vantaggiosa per chi viaggia a piedi o in bici: varie volte ho trovato così l'imbocco di una mulattiera o evitato il traffico motorizzato, seguendo antichi percorsi passati in secondo piano con l'avvento dell'automobile.
Al crescere della quota le case si fanno più sparpagliate e lasciano spazio agli ulivi. Alle mie spalle, il golfo di Genova è sovrastato dalle Alpi Liguri che brillano di bianco; dall'altra parte l'inconfondibile lingua pietrosa di Punta Chiappa si protende nel mare. L'aria, molto tersa per una delicata brezza di tramontana, rende i colori vividi e i contorni netti: l'aguzza forma della Lanterna è ben individuabile. D'un tratto il paesaggio cambia repentinamente: la lastricatura della creuza diventa sconnessa e ingombra di sassi, il terreno smosso dal grugno dei cinghiali, i muri di confine sbrecciati e le fronde degli ulivi arruffate. È finita la porzione di territorio occupata dall'uomo e comincia quella che lo era nel passato, ma ora è stata abbandonata perché non più d'interesse. Ben presto finisce la zona dell'abbandono e inizia quella occupata dalla natura con i lecci, la macchia e l'odore dei selvatici. In Liguria la vegetazione spontanea è spesso esuberante. Raramente produce i paesaggi semplici e ordinati che piacciono all'uomo: la (bio)diversità va in direzione ostinata e contraria all'organizzazione antropica. La semplice presenza di un sentiero tuttavia suggerisce che una volta qui l'uomo viveva: in effetti mi imbatto nei resti di una casa in pietra e di alcuni muri a secco.
Poco a valle dei prati di Cruen il sentiero sbuca su una sterrata. Lo sbocco non è per nulla visibile né segnalato: non mi stupisco affatto di averlo mancato quando feci la traversata da Rapallo a Recco per il Manico del Lume. Inoltre allora avevo una carta molto imprecisa, che lo tracciava a oltre dieci minuti da qui. Ai prati mi innesto sul sentiero che sale da Ruta di Camogli, verso cui si scende quando si percorre la Via del Mare per San Fruttuoso. L'erba è già verde, anche se siamo appena a febbraio, e già stanno sbocciando i primi fiori: le primule e lo zafferano selvatico, ma anche margheritine e dei fiori gialli che assomigliano alla farfara che cresce sui greti dei fiumi (o forse è proprio lei). A Calcinara vedrò anche dei narcisi trombone.

Ho quasi raggiunto la quota massima che toccherò oggi. Da qui a Sant'Uberto, a monte di Sori, la camminata rimane in una stretta fascia altitudinale, procedendo per lunghi tratti quasi in piano, con al più un paio di brevi salite, dopo Colonia Arnaldi e Calcinara. Il sentiero nel primo tratto è un po' esile e il fango dovuto alle recenti piogge lo rende scivoloso, ma la situazione migliore quando giungo in vista del santuario dedicato all'apparizione della Madonna a Caravaggio. Non che mi dispiaccia così tanto trovare un terreno umido dopo la lunga siccità autunnale. La segnaletica fino al passo di Spinarola è molto buona, perché è stata recentemente ripristinata dal Parco di Portofino. Il percorso rimane soprattutto nei boschi, che mutano continuamente essenze a seconda dell'esposizione dei versanti: si va dalle ombrose foreste miste dal terreno ricco di humus fino a zone asciutte di macchia mediterranea, che d'estate devono essere anche riarse. Nei punti panoramici la vista ora include anche il golfo del Tigullio, oltre al vicino Manico del Lume. Il curioso nome viene dalla forma di alcune rocce stratificate attorno alla vetta (le si vede arrivando dal santuario di Montallegro, se ricordo bene); naturalmente osservate con una buona dose di fantasia magari anche visionaria, come richiede sempre la pareidolia.
Sulle panche del passo del Gallo mi siedo un po' al sole e alla brezza. L'aria è fresca: finita la salita, mi proteggo con uno strato in più che non toglierò per tutto il giorno. In certi tratti all'ombra avrò anche freddo: è febbraio, in fondo, anche se spesso in Liguria l'inverno mi sembra un lungo aprile, solo un po' più buio. Sono solo, come quasi sempre nei momenti odierni lontano dalle rotabili. Per la verità, anche la sola presenza del sentiero è una traccia degli uomini, così come lo sono i castagni, ma del passato. Per trovare quella attuale dovrò proseguire fin quasi al passo della Spinarola, dove si manifesterà in un ecomostro con piscina recintato da dobermann. Poco oltre c'è colonia Arnaldi, un complesso di casette costruito a inizio Novecento da un medico che si proponeva di offrire un soggiorno rigenerante ai suoi facoltosi clienti. Allora lo sviluppo industriale propugnato dalla borghesia ammorbava l'aria delle città ancor più di quanto faccia quello attuale postindustriale. Pertanto i suoi fautori, che ancora non potevano andare alle Seychelles ma al massimo al Grand Hotel di Balme, cercavano aria pura e clima sano in questi luoghi. Il posto è ordinato e pulito, salvo per alcuni lavori in corso, ma senza persone è lo stesso spettrale. L'inquietudine sale alla scoperta di occhiute telecamere che spiano i miei passi: che intenzioni losche avranno? Certo non quella di proteggersi, perché io non ho scopi malvagi: la pipì la faccio nei boschi e non getto le bucce di mela.
Dalla colonia seguo la strada di accesso accompagnato dai latrati dei cani (due sono minuscoli e agguerritissimi). Dopo un quarto d'ora la lascio per salire verso la dorsale a monte di Uscio. Vi camminerò come a cavalcioni fino al Colle Caprile. L'elemento più interessante di questo tratto sono i resti di alcune cave di ardesia, dove venivano estratte le lose che andavano a ricoprire i tetti delle case. Ci sono anche alcuni cartelli sugli aspetti naturalistici del territorio, ma sono consunti e illeggibili. Dal colle seguo la strada attraverso il paese di Calcinara, che sembra deserto: incrocio solo una ragazza che non mi guarda nemmeno. Anche il bar è chiuso. Mi siedo a pranzare di fronte alla chiesa con la facciata in ristrutturazione. Il boxer di una casa deserta ogni tanto si affaccia sulla piazza e abbaia, quindi ritorna alle sue faccende, salvo riapparire ogni tanto, a volte silenzioso, a volte con altri latrati.

Seguendo le tacche del sentiero dedicato a Cristoforo Colombo, con cui mi sono congiunto a monte di Uscio, taglio i tornanti della strada del monte Fasce e percorro la vecchia mulattiera lastricata. Una cappella di inizio Novecento presso una sorgente è l'ex-voto di uno scampato a una sciagura nel golfo del Leone, su cui però non abbiamo altri ragguagli. Sbuco nuovamente sulla strada, che seguo per un tratto, fino a trovare una pista che sembra andare nella direzione giusta, priva tuttavia di segnalazioni. Resto un po' incerto sul da farsi, ma alla fine proseguo per la strada, perché tanto dai cartelli si deduce che manca meno di un chilometro all'attacco del sentiero. Solo dopo mi viene in mente che nella relazione avevo letto che quella pista in breve si infrasca. Sono sempre un po' lento a riportare sul terreno le indicazioni che leggo sulle guide.
Nei pressi di una cappella su un cocuzzolo si stacca il sentiero di discesa. Resto un po' a godermi il panorama e la brezza, che ora spira dal mare. Scorro le descrizioni dei sentieri su un cartellone: a proposito del mio, consigliano di farlo nelle notti di luna. A breve scoprirò che non è una pensata tanto geniale, perché in certi tratti è a malapena tracciato e per nulla segnato. D'altronde il sito FIE avverte che l'ultima rinfrescata alle tacche risale a oltre venti anni fa e sulla mia pelle scoprirò che già allora non devono aver consumato molta vernice. Il sentiero in compenso è molto panoramico, perché segue una dorsale alta che domina il golfo Paradiso.
Nel primo tratto avanzo in piano tagliando le pendici del monte Cornua, col timore di aver imboccato il sentiero per Capreno, che si fuga solo quando vedo il cartello che ne segnala l'attacco. Quindi seguo la traccia più battuta e finisco col restare in cima alla dorsale, mentre secondo la carta il mio sentiero corre un po' più sotto, tagliando i dossi sommitali a mezza costa. In effetti in questo tratto non vedo nessuna tacca, nemmeno sbiadita. Al primo colle, dove vedo ricongiungersi una traccia che arriva in piano, provo a seguire la via più pianeggiante, che pure all'inizio sembra perdersi. Vengo premiato, perché dopo un po' trovo i segnali stinti. Capìta l'antifona, adotto questa strategia anche successivamente pur in assenza di segnalazioni e così riuscirò a restare sul percorso. Il tracciato attraversa boschi e pascoli abbandonati, con miseri resti di semplici edifici in pietra a secco. In un solo punto vedo delle fatte di cavallo fresche e resto col dubbio di dove siano passati o gli escursionisti o se qui ci siano dei cavalli bradi. Non presto attenzione all'erba per capire se è intensivamente brucata, come sul monte Carmo di Loano. Procedo così per un lungo tratto, alternando prati sui colli e boschi sui versanti dei dossi. L'ultimo è il monte Castelletto, dove ci sono moltissime postazioni di caccia. Di cartucce di plastica ne avevo viste già un bel po', ma qui è un vero castrum di frasche. Oltre diventa impossibile smarrire il sentiero, perché è l'unica striscia percorribile in una vegetazione mediterranea altrimenti impenetrabile.
Già scorgo l'alto obelisco con la scritta Jesus rulez in latino nei pressi della semplice cappella di sant'Uberto, a cui arrivo in breve, dopo aver superato la deviazione per Recco, via di discesa alternativa. Vedo gli unici due camminatori incontrati in tutto il giorno. Il posto è panoramico: si va dalla lontana isola del Tino a Genova, passando per Camogli (le Alpi Liguri sono immerse nel blu caliginoso dell'ombra). Inoltre è quasi l'ora che volge il disio ai navicanti etc etc e la stanchezza comincia a pesare sulle gambe. Tuttavia mi fermo solo brevemente, perché la guida mi vende falsamente come molto panoramico il sottostante sant'Apollinare. Vi arrivo con una breve discesa a tratti scivolosa. La chiesa ha un'ampia visuale sul mare, ma molto scarsa sulla costa, che è appannaggio di una casetta posta a valle, forse la canonica privatizzata. In ogni caso qui mi fermo quasi un'ora a godermi la prima fase del tramonto. Con la rotazione dei venti da sud, sono arrivate delle nuvolette marittime, che ogni tanto oscurano il sole, e a quest'ora stanno cominciando a virare verso il giallo.
Una discesa su una ripida cementata e poi su una scalinata mi porta alla stazione di Sori. Scopro con disappunto che mi tocca percorrere l'Aurelia accanto alle auto sgasanti, se voglio andare sulla battigia a respirare la salsedine e vedere il tramonto. Decido di farlo comunque, perché non mi capita spesso di godere di questi spettacoli. Oggi poi l'aria è così tersa. Sul molo un fotografo immortala gli spruzzi, mentre sulla spiaggia i bambini coi costumi da carnevale giocano e si rincorrono. Mi incanto a guardare le onde torcersi e infrangersi sulla sabbia e a inalare l'odore salino. Purtroppo non posso assopirmi qui, ma devo costeggiare nuovamente la coda di scappamenti al semaforo, per andare a prendere il treno, che correrà nella notte fino a Torino. Le luci della val Polcevera sono l'ultima immagine ligure prima dei tunnel che mi riporta in padania. Non ho la forza di leggere il libro che ho portato tutto il giorno nello zaino.

Riferimenti

Paolo Cervigni, La via del mare da Piacenza a San Fruttuoso, Carpi 2014.
Marco Piana, Traversata Uscio-Recco

Galleria fotografica

Sori - Tramonto dall
Sori - Tramonto dall'Aurelia