Un circuito a Noli
Riviera di Ponente
11 gennaio
In un baleno
Circuito da questo marketing territoriale ben congegnato, congegno un circuito attorno a Noli

Diario di viaggio
Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova e’n Cacume
con esso i piè, ma qui convien ch’om voli;
Purgatorio IV, 25-27
Dante, per ricondurre all’esperienza comune l’arrancosa salita a gattoni sulla montagna dell’Antipurgatorio, dove appunto «piedi e man volea il suol di sotto», forse in chiaroveggente riferimento a Punta Dante, pensò bene di richiamare alla mente i sentieri che conducono a Noli. Di questa citazione in paese sono molto orgogliosi, tanto da battezzare “Passeggiata dantesca” seguita da un numero ogni sentiero segnato del circondario. Circuito da questo marketing territoriale ben congegnato, congegno un circuito attorno a Noli.
Alle 6.40, dopo una notte tormentata da sogni di guerre valdesi, salgo sul treno in ritardo di 5’ alla prima stazione (ma poi recupera). Oltre il corridoio si siede un signore con delle T in corsivo tatuate sulla faccia, diretto in Liguria per una visita ai parenti, che prima passa velocemente in rassegna sul telefonino alcuni post con sottofondo musicale, di cui sento solo le prime note prima dello scroll, tranne quello della vita spericolata, che si attarda a canticchiare, poi sprofonda nella catalessi e nel silenzio. Qualche fila più in là altri signori parlano invece dei giovani d’oggi e dei sacrifici per procurarsi roba. Tutte le persone restano imbacuccate nonostante il gran caldo, anche chi percorre lunghe tratte.
Leggo il libro di un naturalista inglese sulla gente dei boschi della sua terra, che vive stabilmente a contatto con la natura, alternandola per estrarre risorse materiali per il sostentamento, un rapporto antitetico al mio, che invece vi migro solo temporaneamente per sottrarre risorse unicamente spirituali, girovagando come una cometa interstellare, mentre per il reddito e la sussistenza mi affido ai bassi e fissi e al terzo settore. Osservo l’aurora sulle colline dell’Alta Langa tra Cengio e San Giuseppe di Cairo, rammaricato che non ci sia un treno precedente, grazie a cui ammirarla già al mare, per quanto la levataccia mi costerebbe una fatica improba. Era così in passato, quando non si dava per scontato il possesso di un’automobile e i treni viaggiavano a tutte le ore della notte. Le rotaie intanto si avvitano su sé stesse, tanto il primo sole appare sulla destra del treno diretto verso l’equatore, rievocando a proposito le note geografiche dantesche sul viaggio del sole nell’altro emisfero.
A Spotorno soffia una tramontana tesa, ma si attenuerà molto prima di quanto i concordi siti meteo vaticinano. Prendo della focaccia alla panetteria più prossima alla stazione, facendo un cattivo affare. Temo di aver dimenticato sul sedile il notes in cui raccolgo tutti gli appunti delle gite, perché non lo trovo in nessuna tasca: capelli strappati e prefiche! C’è tutta la mia vita fotografica ed escursionistica, ma ci sono anche i miei recapiti: speriamo che qualche cuore d’oro lo apra e mi chiami. Nell’assenza più totale di paline o segnavia, mi affido al GPS per raggiungere Coreallo e imboccare la vecchia mulattiera per Tosse, che il donatore di traccia riferisce essere chiamata pomposamente “via romana” dagli abitanti, forse per invidia verso la vicina Voze, che ne ha una certificata per Noli.
Dove comincia, del ponte non sono rimasti che i corrimano metallici, per cui devo calarmi nel letto del piccolo rio quasi in secca dalla sponda di cemento. Tra canneti, che non saprei dire se siano dilagazioni naturali di vecchie recinzioni di orti abbandonati, oppure fossero stati piantati intenzionalmente per rinforzare le sponde del rio, costeggio a valle la recinzione di una casa, dentro cui un pastore australiano fa una gran cagnara. Tra bassa vegetazione, a ritroso godo di un buon allineamento minatesco tra un campanile di Spotorno e l’isola di Bergeggi. La magra vegetazione della valletta, con arbusti e pini isolati, fa pensare a qualche scorribanda del fuoco, che in questi dintorni non è raro, come documentano le cronache e testimoniano le viste sui dintorni, dove a volte la vegetazione è a chiazze per il diverso grado di evoluzione a seconda della distanza temporale dall'ultimo passaggio. Intermezzati ci sono uliveti naturalizzati o inselvatichiti, a seconda di come la si vuole vedere, con anche un fico d’india con i piccoli frutti ancora acerbi.
Raggiungo una strada, tra ulivi tenuti, e mediante essa Case Baudino (sulla carta, i cartelli sono in dialetto), una frazione di case in pietra dall'aspetto saraceno alla Verezzi, tenuta come un gioiellino. Ci sono un B&B e un cartello, che invita a scoprire alcuni elementi del paese e condividere le immagini su Instagram. Per un ripido sentiero scalinato faccio una puntata alla chiesa di Tosse, con il suo campanile ligure dai colori vivaci, le sue targhe ai caduti in guerra e delle panchine affacciate sul panorama, per poi imboccare la prima passeggiata dantesca, diretta a Voze. Scendo verso la valletta infossata per uliveti dismessi, dove sono rimaste le moderne reti dei letti impiegate come divisori dei terreni, in vece dei più tradizionali e romantici muretti di pietre. La parte più ombrosa della valle è occupata da una selva oscura di vegetazione di macchia (l’unica citazione dantesca che tutti ricordiamo di tanta meraviglia, senza bisogno di andare a ripescare i sacri testi). Tuttavia non ricordo di aver visto legno morto, il segnale più evidente di un bosco allo stato naturale, per cui l’abbandono della silvicoltura non deve essere molto remoto nel tempo. Il rio, oggi appena un rivolo, ha distrutto ogni regimentazione umana, per cui devo inoltrarmi nel suo letto a caccia delle fitte indicazioni, fino a ritrovare la traccia che rimonta il pendio, sempre nel bosco, ora più scuro per l’esposizione settentrionale. La luce che fende le chiome senza scendere sul terreno mi appare arancio, un po’ per gli occhiali da sole indispensabili negli affacci sul mare, un po’ per la neutralizzazione della luce verde del bosco operata dal mio cervello.
Aggirato per vaghe tracce di bestie un albero caduto, raggiungo il sole e i relativi uliveti con edifici rurali, dove c’è qualche abbozzo di ripristino tra molto abbandono. Il primo fabbricato di Voze è un condominio moderno, non molto alto ma massiccio, quindi entro nel carrugio, dove mi saluta una signora intenta a lavare il pavimento di un locale comunitario. Faccio una puntata verso ovest, fino all'imbocco della strada romana che scende direttamente a Noli. Dalla carrozzabile sopraggiunge un e-mtb dotato di altoparlante per la musica. Di ritorno sui miei passi, condivido il caruggio con un pettirosso alla ricerca di briciole. Mi affaccio verso la costa e il mare sulla provinciale, dove due ciclisti da strada spacciano le Apuane come Corsica. Per un viottolo a monte di orti raggiungo la chiesa barocca fronteggiata dal selciato ligure con mosaico bianco e nero, sul margine marino del quale c’è l’immancabile filare di alberi, stavolta platani. Mi fermo a bere al sole sulla panca in pietra lungo il fianco della canonica. A causa del ventaccio porco previsto, ho solo della tisana calda a zenzero e curcuma, ma ora sarebbe più gradita dell’acqua a temperatura ambiente. Vado poi a osservare il panorama con il binocolo austriaco ereditato da un cacciatore valdese, custodito in una borsa fatta con la pelle dei sedili della 127: oltre all’arco della Liguria di Levante, contornato dai bianchi Appennini e Apuane, in basso c’è l’infilata della valletta che termina a Noli, dove le torri e i campanili gareggiano con i condomini moderni della periferia arrampicata sul pendio.
Ho una mezza idea di scendere, per risalire poi attraverso il bosco del Perasso, ma alla fine decido di stare più comodamente in quota sulla provinciale delle Manie, per raggiungere il Bric dei Crovi dove pranzare (a breve sentirò il campanile suonare il mezzogiorno). Lungo la strada, moderatamente trafficata di ciclisti da strada in discesa, mentre cerco invano un punto di vista dall’alto sulla chiesa, i fagioli di ieri sera completano il proprio ciclo scatologico e pertanto approfitto dei reconditi avvallamenti boschivi sul lato monte. Mentre apro cerniere e frugo tasche in cerca del tasso barbasso sintetico, mi imbatto accidentalmente nel notes riposto e dimenticato. In lieve salita arrivo a un attraversamento di sentieri, dove un gruppo di ciclisti elettrificati va in direzione opposta alla mia. Imbocco una stradina in salita nella macchia mediterranea, scavata nella caratteristica terra rossa calcarea e segnata collettivamente da CAI, FIE et al., incrociando un po’ di gente, che scorgo a malapena, accecato dal riverbero del sole sugli occhiali.
Una deviazione su una traccia mi conduce in vetta, marcata da un palo metallico senza insegne tappezzato di adesivi di associazioni dell’outdoor. Il panorama è esteso verso la costa di levante, dalle antenne e dai generatori eolici del Beigua in poi, mentre Savona resta nascosta dal capo di Bergeggi. Individuo i limiti di Genova dopo aver riconosciuto la piramidina di Punta Martin e il promontorio di Portofino schiacciato contro l’Appennino. Verso ponente la vista è limitata alle prime dorsali delle valli di Albenga, scure per il controluce e l’abbacinante scia del sole sul mare. Verso l’interno il primo piano è l’ondulato altopiano delle Manie, con una lontana cima interamente bianca a fianco del Castell’Ermo e neve magra e discontinua sulle cime intorno al Carmo.
Dall’orizzonte marino la Corsica e le vette del suo dito, che spuntano dal mare, appaiono fantasmi nel chiarore della prospettiva aerea blu slavato. Se la Terra fosse piatta, dovrei vedere tutto il dito, invece il fatto che spuntino solo le vette indica che la base è invisibile perché nascosta dalla curvatura, una semplice prova della sfericità della Terra. È una cavolata, ma mi affascina, perché di solito le prove delle scoperte scientifiche richiedono osservazioni complesse e non accessibili a uno spettatore ingenuo: basta pensare all'enormità e alla precisione di osservazioni necessarie alla formulazione delle leggi di Keplero, per restare su un argomento affine. In questo caso invece basta una gita al mare per avere una conferma in prima persona.
L’unico rumore della natura che ricordo è uno scricchiolio di un tronco di cisto, per il resto solo voci di passanti sulla stradina sottostante. Pranzo con il resto della focaccia acquistata e con della farinata autoprodotta.
Tornato sulla stradina, interseco numerosi e plurilingue ciclisti fuoristrada a vario grado di elettrificazione, tra cui un e-papà che traina con un cordino un bambino muscolare. Il sentiero resta sul lato ombroso e relativamente fresco della cresta, nel senso che potrei aggiungere impunemente un pile alle due magliette di poliestere, ma per contro relativamente caldo rispetto al pendolarismo ciclistico in oltregiogo con canottiera di lana, camicia di pile e giacca antivento, nella prima ondata di gelate da qualche anno a questa parte. Sulla successiva stradina incrocio un po’ di gente, tra cui dei cacciatori di cinghiali alla guida di grossi fuoristrada, uno contemporaneamente alla guida e al telefono. Il cian de Strie (piano delle streghe) mi pare abbastanza ordinario né mi ispira sensazioni ultraterrene, ma forse va inteso nel senso dei luoghi di confine lontani dal controllo sociale, analizzati nella tesi di laurea di Marco Aime.
Imbocco il sentiero in discesa verso Noli. Proseguendo dritto, scenderei dalla suggestiva Grotta dei Falsari, dove sono già stato nove anni fa, anche se di quel giorno mi rode ancora non aver individuato la traccia per l’eremo del capitano d’Albertis, pur avendone una descrizione. Al primo bivio, una ripida bretella mi conduce sulla cresta, che seguirò fino al paese. Qui alcuni escursionisti pasteggiano e parlano così animatamente che nemmeno si accorgono del mio transito. Attraverso un bosco mediterraneo fittissimo ed esteso su ambo i versanti, sempre fresco. Mi viene da pensare che lì in mezzo potrebbero esistere degli scoiattoli che non hanno mai visto umani. Penso anche alle agiografie altomedievali di santi eremiti che vivono nei boschi e condividono le risorse con le loro creature, in genere incarnate sotto forma di orsi: in questo intrico di salsapariglia non riuscirebbero nemmeno a passare. Da viandante occasionale, sono tuttavia più simile ai santi bassomedievali, che vivono nel consorzio bipede e attraversano il bosco sulla strada, sottile striscia di civiltà nel folto della natura selvaggia minacciati dalle sue creature, nel mio caso sotto forma di legno morto che può ostacolarmi.
Duecento metri più in basso del cian de Strie, una chiesetta in pietra dedicata a san Michele arcangelo, fondata dai monaci benedettini dell’abbazia di Lerino in Costa Azzurra intorno al X-XI secolo, è ormai ridotta a muri sbrecciati. Lo stato di degrado è tale che persino i cartelli esplicativi sono in via di disfacimento e alcuni dettagli in essi descritti non sono più identificabili. La chiesa ha beneficiato di un rigurgito di notorietà nel 1999, quando degli studiosi dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri e astrofili presentarono a un congresso del CNR delle misurazioni astronomiche, da cui risultava che l’abside è orientata verso l’azimut in cui sorge il sole nel giorno in cui il santo era festeggiato nel Medioevo, l’otto giugno. Sebbene non esistano documenti sulla fondazione e l’orientamento sia parallelo alla linea della cresta, gli autori si dicevano convinti che fosse intenzionale, come d'altronde era comune a quel tempo. Mi sorprende ogni volta che ci penso il contrasto tra la conoscenza accurata dei moti celesti e l'ignoranza del mondo naturale a noi più prossimo, che accomuna tutte le civiltà antiche, un divario che l'esplosione scientifica del Novecento è ben lungi dal colmare.
Dal basso arrivano un uomo e una donna di mezza età, che lascio visitare lo spoglio interno senza la mia presenza, mentre cerco senza gran successo soggetti fotografici esterni, che trovo solo nell'abside controluce: la chiesa è cinta dal bosco, per cui solo lungo il sentiero c'è qualche metro di spazio intorno. Mi domando come doveva apparire il paesaggio quando fu costruita, se era in un luogo fuori dai circuiti di passaggio come ora o se i pendii fossero coltivati, anche solo a bosco da legna, e se il sentiero fosse una via di transito consueta per i viandanti: chissà come era vissuta in quel tempo, chissà se fu questa discesa che Dante calcò. Il primo riferimento storico che abbiamo, relativo a una visita apostolica del 1585, offre già l’immagine di un sito del tutto marginale e deteriorato. Uno storico nolese, B. Gandoglia, nel 1881 la descrive così: «In pessimo stato, senza porta e minaccia rovina. […] Dev'essere demolita, perché potrebbe servire d'asilo a' briganti, disertori e refrattari».
A valle il sentiero si fa più consono al riferimento dantesco, ripido e sconnesso; nei pressi delle case resiste qualche forma di lastricato come testimonianza dell'antichità. Lo risalgono prima una coppia che saluta, poi un gruppetto di giovani che mi ignorano, seguiti a ruota da due ragazzini. Cerco invano qualche squarcio nella foresta per riprendere dall'alto torri e campanili di Noli. In paese mi incuneo nei carrugi, alcuni dei quali incredibilmente profondi e angusti: li trovo fascinosi da fotografare, anche se avrei bisogno di puntare verso il cielo il fisheye circolare, che però non ho ricordo mai di mettere nella tasca dello zaino in cui tengo i filtri, perché in montagna ha un impiego limitato. Tuttavia mi guarderei bene dall'abitare in questi budelli, perché mi piace vedere il Monviso e i cieli gonfi di pioggia dalla finestra. Le strade più larghe sono abbondantemente provviste di attrattive gastronomiche, ma mi limito a un caffè delicato e asprigno, corredato da uno scontrino calabrese con il simbolo della pace sul retro, perché voglio salire al castello prima che tramonti il sole. Purtroppo il sentiero nel suo recinto sta per chiudere, sebbene siano appena le 16, per cui mi tocca un lungo aggiramento dalla pista pedonale diretta a Spotorno e per il cimitero.
Al castello imbocco una stradina in salita tra gli ulivi e corro freneticamente per trovare uno scorcio gradevole, prima che i raggi arancio del sole svaniscano dietro la dorsale percorsa a ora di pranzo. Da dietro i recinti metallici, tento pure degli scatti agli ulivi inondati dal sole tra le fronde. Quando torno, a luce svanita, condivido con una signora in cerca di angolature per una foto la mia scoperta.
Di nuovo sulla pista per Spotorno, ammiro la luce dorata illuminare l’isola di Bergeggi e l’arco di Appennino Ligure fino alle Apuane. In origine avevo programmato la gita per il 3 gennaio, quando la luna piena sarebbe sorta ora alle spalle di questo paesaggio, ma benedetti impegni lavorativi mi costrinsero a rimandare alla settimana successiva. Allungando il passo, potrei saltare al volo sul treno in arrivo, ma preferisco godermi la serata in riva al mare e arrivare a casa all’ora di fare la doccia e andare a nanna. L’ingresso in paese non è certo trionfale, fra trapezi residenziali accatastati sul pendio e campagna abbandonata. Mi domando perché chi ha i soldi per tirare a lucido multiple case, non ne spenda un po’ anche per i dintorni, in sussidi ad attività economiche che tengano curato ciò che vede quando cena sul terrazzo, quel paesaggio agrario verticale modellato dall’uomo, che nell’Età Moderna tanto affascinava i viaggiatori europei del Grand Tour, un po’ come tuttora è conservato dalle regioni montane sovvenzionate. È una caratteristica molto italiana curare maniacalmente il proprio giardino e gettare i mozziconi oltre la staccionata. Sceso sull'Aurelia, mi tocca un lungo giro per attraversarla a norma e raggiungere la spiaggia, perché la viabilità è concepita in modo da recare il minimo ostacolo alle automobili e i pedoni si attacchino al tram.
Il lungomare è frequentato, mentre la spiaggia diritta e sabbiosa è pressoché deserta, non fosse per una signora intabarrata e due pre-adolescenti che fanno balletti sul bagnasciuga e scappano con gridolini dalle onde più lunghe. Peraltro il mare è da cartolina balneare, calmo al punto da richiedere molta perseveranza per inserire onde nelle inquadrature, e la brezza da nord non mi fa sentire il suo odore; il cielo è perfettamente blu cobalto e solo all’orizzonte si forma una sottile striscia rossa di foschia. La monotonia della spiaggia liscia è rotta da un'installazione di legno sradicato da una piena, quindi lisciato fisicamente e chimicamente dai marosi, infine abbandonato da una mareggiata. Il libro del treno racconta di ripari da campeggio costruiti con questi tronchi; trascorsi una sera in una caverna attorno al fuoco alimentato da loro.
Ho perso per un pelo il momento in cui le piccole e lontane Apuane erano rosate e, per uno scatto crepuscolare ripiego su Bergeggi, coperto da guanti e doppio pile. Fotografare trafficando con tutto lo spiegamento di cavalletti e filtri, in trepida e virginale attesa mentre la luce cambia poco alla volta e plana delicatamente su quella desiderata, fino a quando è il momento di schiacciare il pulsante prima che svanisca, mi dona un piacere fremente come quando mi affaccio a un punto notevole dell’escursione, da scippatore di attimi, da Capannelle all’apparizione della comare nell'oculare.
Vado a prendere della focaccia etnica per i parenti da una panetteria che sprigiona aroma per tutta la via, come già faceva un’altra a Noli, che mi aveva tentato se non avessi dato precedenza al tramonto. Visto che ho già una cena nello zaino con l’avanzo della farinata e una fetta di panettone della Ferragni acquistato dopo l’Epifania in saldo a 2,99€, penso di prendere una fetta per me con una birra, ma la panetteria ha solo una marca che non mi piace, mentre il bar che ha una buona birra belga ha finito la focaccia né desidero le piadine globalizzate in alternativa. Forse avrei dovuto avere i riflessi più pronti e mente più elastica all’ingresso del centro, per carpe diem nel locale di pesce fritto con le foto dei piatti dai colori saturi, come quelli dove si affollavano i gitani al pellegrinaggio di Saintes-Maries-de-la-Mer o il kebabbaro alla partenza del Camino de Santiago. Scatto qualche foto al centro turistico in bassa stagione; i vicoli più larghi sono altrettanto commerciali, seppur meno caratteristici di quelli di Noli, ma comunque più gradevoli della periferia da boom vista al mattino. In riva al mare talune persone consumano all’aperto protette da voluminosi piumini, nei vicoli sono tutti all’interno.
La stazione non ha una sala d’aspetto al chiuso, ma solo delle panchine sull’unica banchina, esposte al freddo, dove consumo mestamente la mia sobria cena mentre passa un affollato regionale veloce per Ventimiglia, riservando il tempo sul treno per leggere. Altrettanto fresca e buona è l’acqua del sindaco alla fontanella nei giardinetti di fronte. A differenza di quello del mattino, che aveva motrici e vagoni di quando ero bambino, il treno del rientro è formato da due recenti pop congiunti e non comunicanti; sul primo su cui salgo l’unico bagno è fuori uso, per cui a San Giuseppe di Cairo corro sull’altro, perché oggi ho pisciato pochissimo e voglio bere tutto il litro d’acqua della fontanella per reidratarmi.
Per approfondire
- M. Aime, Il lato selvatico del tempo, Milano 2008
- V. Bonora et al., Gli orientamenti astronomici delle chiese di S. Michele e di S. Lazzaro a Noli (SV), Atti del XIX Congresso Nazionale C.N.R. di Storia della Fisica e dell'Astronomia, 1999
- M. Montanari, Uomini e orsi nelle fonti agiografiche dell'alto Medioevo, B. Andreolli-M. Montanari [a cura di], Il bosco nel Medioevo, Bologna 1995
- E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari 1961
- V. Bonora et al., Gli orientamenti astronomici delle chiese di S. Michele e di S. Lazzaro a Noli (SV), Atti del XIX Congresso Nazionale C.N.R. di Storia della Fisica e dell'Astronomia, 1999
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