Alpe Le Giornate

Val Grande di Lanzo

14 ottobre



Gran bella escursione per amanti degli alpeggi. Il tracciato attraversa in gran parte pascoli, alcuni dei quali abbandonati e destinati a tornare bosco. Il processo è a diversi stadi di avanzamento nelle varie zone attraversate.

A Pianardi, il punto di partenza, la fontana non è utilizzabile per cambiare l'acqua di Torino, perché la carica batterica è troppo alta, a causa della lunga siccità estiva e autunnale del 2017. Sta compromettendo le forniture idriche in molti paesi di montagna, costretti a rifornirsi dalle autobotti. La borgata è dominata da un enorme edificio diroccato. Non oso chiedere la sua funzione a due persone intente a lavorare nell'orto, accanto a un ippocastano monumentale. Il sentiero risale una faggeta, tra massi e una balma e si porta quindi su una morena, che risale ripidamente. Arriva ai piedi di una parete rocciosa, di una roccia chiara, forse granito o gneiss. Si va quindi ad affacciare sul vallone di Vassola e su Chiappili, che fanno capolino tra i rami spogli per l'autunno. Risaliamo quindi una canale normalmente zuppo d'acqua, a causa di una sorgente più a monte, ma che dopo questa siccità è pressoché secco. Quando arriviamo alla sorgente, infatti, non vediamo sgorgare che un filo d'acqua. Il luogo, ai piedi di una balza rocciosa, è davvero magico.
Ancora un breve strappo (finora la salita non ha mai mollato) e siamo all'alpe La Daia, dove il bosco si dirada. Poco a monte delle baite c'è il bivio per il sentiero, che conduce al piano di Vassola, dove il ghiacciaio che scavò il vallone confluiva in quello più grande della valle principale e ha lasciato la caratteristica forma della valle sospesa. Siamo ormai quasi all'alpe la Cialma, prima di cui c'è un'interessante balma con foro per i fumi del focolare. Il bosco si è ridotto a poche betulle di ricolonizzazione e a qualche cespuglio e ci lascia aperta la vista sui primi bon'hom e sulla Ciamarella. Il sentiero fa un giro strano un po' seguendo vecchie tracce, un po' tagliando per prati. Un po' ricalcandolo, un po' andando per conto nostro arriviamo a San Bernè. Il paesaggio è qui caratterizzato da piloni da spietramento, detti bon'hom (la grafia varia molto), di datazione, origine e significato incerto. Di certo si sa che già i Celti usavano costruire pile di pietre in omaggio ai propri dèi e forse qui l'usanza è sopravvissuta ai mutamenti religiosi. Nel paesaggio naturale, spicca una guglia verso il vallone di Vassola, dove si riconosce il puntino chiaro dell'Alpe Pian di Lee.
Facciamo un brunch al tiepido sole. La bassa Val Grande è immersa in una tenue foschia blu, da cui emerge la rocca su cui sorge il santuario di santa Cristina. Nei pressi dell'alpe ci sono ancora dei cartelli, ma oltre scompaiono i segnavia. Puntiamo verso la grande pila di pietre su una spalla di una dorsale, che d'inverno serve a far capire agli scialpinisti il livello della neve in quota, mentre una volta serviva ai pastori come punto di riferimento, durante le frequenti nebbie estive. Andando un quella direzione, si trovano le tracce del vecchio sentiero, anche se tutta la montagna è cosparsa di solchi e ometti segnalatori. Dal bon'hom l'alpe le Giornate non è molto lontana e basta proseguire nel pianoro per vederla. I grandi ometti puntano invece verso la dorsale ad est, forse per evitare la zona acquitrinosa a valle delle baite. Superato un dosso di massi, compare un sentiero molto evidente. Arrivati alla dorsale, lo lasciamo e puntiamo verso l'alpe, a cui arriviamo per un magnifico sentiero lastricato. L'alpe Le Giornate è un gioiellino di architettura montana, tra baite e balme. La vista sui Tremila dell'alta valle è da sogno. Pranziamo nei pressi di un dosso montonato, dove c'è una pozza oggi secca. Qualcuno va poi a cercare l'imbocco del sentiero che prosegue verso il Gran Bernardè, per giorni con più ore di luce; supera una dorsale rocciosa e poi punta verso una seconda erbosa, come si capisce da un grande ometto segnalatore.

Scendiamo al bon'hom stavolta per la diretta, lungo il corso d'acqua, che è secco. Sulla pila di pietre sono appostati dei corvi, che volano via al nostro arrivo. Seguiamo per un breve tratto la traccia principale, che punta a San Bernè, e poi pieghiamo verso il basso per vaghe tracce. Questa zona doveva essere un pascolo, ma con l'abbandono la brughiera arida a ginepro e rododendro e le betulle lo stano piano a piano occupando, riprendendosi gli spazi che l'economia umano aveva sottratto loro. Chissà come sarà tra cinquant'anni. D'altronde una volta le valli di lanzo erano assai più spoglie, sia per il consumo di suolo ad uso agricolo e pastorale, sia per la presenza di miniere di ferro, che consumavano grandi quantità di carbone di legna nella lavorazione del minerale (in alcuni casi queste furono abbandonate proprio per la scarsità di legname disponibile). A quota 1900 m troviamo una traccia trasversale, che secondo la cartina non è ancora il sentiero Motti. Lo seguiamo perché una del gruppo si ricorda di averla percorsa anni addietro. Sempre in quota, arriva ad affacciarsi al colmo dei pascoli di Crot, a cui scendiamo seguendo vaghe tracce su una dorsale, dove il terreno è meno ripido. L'edificio più a monte è molto curato: ha persino un balcone. In quello intermedio una porta è stata rappezzata con un manifesto metallico di una nota marca di gelati. A un cittadino può sembrare un tacon fuori luogo, ma i contadini non si facevano le fisime che ci facciamo noi moderni. Costakis trovò uno dei miei quadri preferiti della sua collezione di avanguardie russe impiegato nello stesso modo. Per convincere il proprietario a cederglielo, dovette procurargli un pannello delle medesime dimensioni, impresa che non si rivelò facile, perché il supporto era di oltre un metro di lato. D'altronde anche gli uccelli si fanno i nidi recuperando pezzi di plastica. Crot è anche caratterizzata da un grande muro da spietramento, una destinazione apparentemente estetica per le pietre di scarto. Chissà qual era la ragione che spinse i pastori ad edificarlo. In una società governata dall'oralità, non hanno lasciato documenti scritti.
Scendiamo quindi all'alpeggio inferiore, da cui ammiriamo la Torre Marina, una rocca frequentata dagli arrampicatori, che su questo versante della Val Grande hanno solo l'imbarazzo della scelta. Nel tratto in discesa, fino al Sentiero Balcone, la luce bassa, di fronte a noi, è magnifica. Qui, a quota più bassa e con clima più favorevole alla vegetazione, il processo di colonizzazione degli antichi pascoli è andato più avanti che nel tratto precedente, e ora sono occupati da un consorzio di betulle con sottobosco di felci. Arriviamo a Frassa appena in tempo per fotografare la bianca chiesa con l'ultima luce, prima che il sole scompaia dietro i monti. Fu costruita a inizio Ottocento e consacrata nel 1812, per volere del maestro di Chialamberto, con il denaro ottenuto da un'eredità, in seguito a una grazia ricevuta. La chiesa, che è intonacata di bianco sia all'interno che all'esterno, come moltre altre cappelle della valle, conserva diversi ex-voto, dipinti, raffigurazioni di santi del periodo della costruzione. Il borgo prende il nome da un grande frassino accanto alla cappella bianca. Non mi sembra che fosse abitato per tutto l'anno, perché non c'è traccia del forno, né di terrazzamenti nei dintorni, che anzi non si prestano proprio alle colture, perché troppo rocciosi. Probabilmente era la base più bassa della monticazione. D'altronde erano pochi i posti abitati tutto l'anno, perché spesso d'inverno la carenza di risorse spingeva parte della popolazione contadina all'emigrazione stagionale.
Quando il sole è scomparso e ha lasciato posto all'ora blu, scendiamo per la scalinata di accesso, una particolarità che questa chiesa ha in comune con i santuari di Ciavanis e Santa Cristina. dalla sua base comincia un gran bel tratto di bosco autunnale e rocce, dove le cortecce dei faggi e il granito sono di un grigio lucente. Tento qualche foto, anche perché la luce diffusa del crepuscolo, senza ombre, è ottimale per questo ambiente. Tuttavia, tra che ormai sono quasi di fretta, per non arrivare col buio, e il caos del bosco, non produco nulla. Penso che potrei tornarci prima che le foglie cadano, ma non manterrò fede alla promessa. Lasciato il bivio per il fondovalle, il sentiero continua a perdere quota fino ad arrivare a quella di Pianardi, per poi proseguire in saliscendi. Arriviamo alla meta nell'ultima luce del giorno.

Bibliografia

C. Chiariglione - L. Duva - G. Silanos, Chiese e cappelle nella Val Grande di Lanzo : comuni di Groscavallo, Chialamberto, Cantoira : schede d'inventario, Lanzo Torinese 2000
B. Guglielmotto-Ravet (a cura di), Miscellanea di studi storici sulle Valli di Lanzo in memoria di Giovanni Donna d'Oldenico, Lanzo Torinese 1996

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Pianardi

La Cialma

San Bernè

Alpe Le Giornate

Alpe Le Giornate

Alpe Le Giornate

Alpe Le Giornate

Bon'hom

Uja di bessanese e Uja di Ciamarella

Crot superiore

Crot inferiore e Torre Marina

Frassa

Frassa

Frassa

La scalinata di Frassa



© 2008-2017
Sergio Chiappino

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