Monte Galero

Val Tanaro

27 giugno


Babbo Natale e testa con coppola
Babbo Natale e testa con coppola

Diario di viaggio

Su questa cima sono salito due volte. La prima in una movimentata giornata di primavera, in cui ho assistito a tutte le condizioni climatiche possibili, escluse neve e grandine ma incluso l'arcobaleno. La seconda in una solatia giornata di inizio estate, nel mezzo di una fioritura in ritardo per il protrarsi dell'inverno.

La gita parte dalla Madonna del Lago, una chiesa in Val Pennavaire, sul versante mediterraneo delle Alpi Liguri, ma ancora in provincia di Cuneo. Siamo nei pressi di Alto, nel comune di Caprauna (che si pronuncia con l'accento sulla u). Il lago è in realtà uno stagno circolare ampiamente colonizzato dalla vegetazione delle paludi. Sul pendio che lo sovrasta si staccano diverse piccole pareti e guglie di calcare, modesto anticipo di quello che ci aspetta sulla cima del Galero.
Alla partenza siamo presi dallo sconforto, perché scopriamo che per oggi è prevista una gara di motocross e rischiamo di trovarci in mezzo al rumore e alla puzza, almeno per la prima parte dell'escursione. Pur incerti sul da farsi, ci avviamo lo stesso, confidando sul fatto che probabilmente dei sedentari saranno meno mattinieri di noi. E in effetti ci andrà bene, perché, nonostante qualche incontro, riusciremo ad evitare la massa dei partecipanti, che arriveranno quando noi saremo già in alto e si siederanno a tavola ben prima che ritorniamo. Il primo tratto è tra prati e costruzioni rurali abbandonate, un ambiente non esaltante anche perché la foschia nasconde il mare. Il sole picchia duro anche se sono appena le 9, così accogliamo con sollievo l'attraversamento di una fresca faggeta.
Da qui si sbuca nei pascoli del colle San Bartolomeo, verdeggianti e fioriti. Nei pressi del colle è avvenuta una battaglia durante le campagne napoleoniche. I soldati uccisi sono stati sepolti alla bell'e meglio dai montanari in buche improvvisate, poi ricoperte di sassi; sono riconoscibili ancora oggi per la loro forma ellittica. Per questo la zona viene chiamata cimitero napoleonico. Seguendo l'Alta Via dei Monti Liguri, dal colle ci si dirige verso la cima del Dubasso, quindi, senza raggiungerla, si attraversa un lariceto pieno di rododendri. Quando ero salito qui per la prima volta, la fioritura mi aveva molto colpito, da quanto era rigogliosa e colorata. C'era persino un rododendro bianco. Oggi siamo meno fortunati, perché ormai il clou è passato ed è rimasto solo qualche fiore nelle zone più ombrose.

Si scende poi lungo la cresta per un sentiero stretto e ripido attraverso delle radure ai margini di ombrose faggete. Qui troviamo una fioritura di arnica. La discesa termina al colle del Prione, che prende il nome da un grosso spuntone di calcare che emerge dal prato, un pietrone, appunto.
Dal colle si segue fino in vetta la cresta ovest del Galero. Il sentiero è molto erto, ma è anche una comoda traccia in un prato, dove non bisogna mai alzare le ginocchia. Oggi sono accompagnatore in un'escursione CAI, e il mio compito è chiudere la fila, faccio cioè da scopa dietro l'ultimo, che non va in montagna da un po' e sale con fatica un passettino alla volta. È il ritmo ideale per non faticare e godersi in tutta calma la straordinaria fioritura di questi prati. Il giallo è il colore dominante: arnica, genziana maggiore, senecio, ginestrina e tantissimi altri, molti di più di quanti riuscirò mai a memorizzare. Ci sono poi l'astro delle alpi, il fiordaliso alpino, il raponzolo a completare l'arcobaleno di colori. Poco oltre la metà la cresta spiana e prosegue per un tratto con morbide ondulazioni, per poi riprendere a salire decisa, mentre si è ormai sotto i giganti del Galero. Sono picchi di calcare che si elevano dai prati poco sotto la cima. Hanno forme, che, con un po' di fantasia, possono ricordare quelle umane. Devo ammettere che è molto più facile riconoscerle quando c'è la nebbia, come mi era capitato nella prima visita. Purtroppo nel frattempo il cielo si è coperto un po' e la luce si è fatta un pelino fosca, per cui li vediamo ingrigiti.

In vetta c'è comunque abbastanza vista, soprattutto verso i monti, mentre dal mare arrivano nuvole che scavalcano veloci il crinale, come quelle che si vedono nei filmati dell'Himalaya. Non riusciamo a stare molto in punta, perché il gruppo preme per ripartire, anche se non c'è nulla che ci impedisca di restare a lungo: non fa freddo, non minaccia temporale, le ore di luce sono ancora tante. Ho notato che molti escursionisti, una volta in cima, non desiderano altro che tornare giù il più in fretta possibile; soprattutto in discesa sembrano presi da una strana frenesia. Cosa avranno di tanto importante da fare la domenica pomeriggio a Torino? Sembra che vivano la montagna in maniera prestazionale: sono andato su quella vetta, ho fatto x metri di dislivello e ci ho messo y ore. Non cercano di assaporare il posto, ma solo di arrivare. Probabilmente pensano che un'occhiata all'ambiente circostante implichi averlo visto. Invece si potrebbe stare tutto il giorno fermi nello stesso punto e non assistere mai due volte alla stessa scena, perché cambiano l'azimut e l'ascensione del sole (e con essi l'aspetto delle montagne), le nuvole e i venti, la visibilità, il colore e la qualità della luce. Ma soprattutto restando ad osservare e a riflettere si notano sempre nuovi dettagli e si provano nuove sensazioni, che un primo superficiale contatto non avrebbe potuto trasmettere.
La luce beffarda migliora proprio mentre ce ne andiamo: il cielo si riapre, la foschia si attenua e all'orizzonte compare una striscia blu: il mare! Siamo riusciti a vederlo! Per fortuna da molto lontano, perché lì oggi c'è la folla delle grandi occasioni, come constateremo quando ci infileremo nel traffico che arriva da Imperia. I giganti, illuminati dal sole e racchiusi tra il prato verde e il cielo azzurro, sono molto più brillanti.
Scendiamo con la faccia rivolta all'Armetta e al panorama verso le Alpi, che in salita avevo trascurato, concentrato com'ero sui fiori. Sotto di noi precipita la cresta e di fronte a noi la val Tanaro si perde nella foschia; si prova una sensazione di vastità. Lungo la discesa facciamo un paio di incontri ornitologici. Prima uno stormo di sei rapaci, che non sono riuscito a identificare, dall'apertura alare enorme ci sorvola planando. Non sembrano disturbati dalla nostra presenza, perché fanno qualche evoluzione sopra di noi, dandoci il tempo di fotografarli, e poi sia allontanano pacifici. Poco dopo tra l'erba alta sentiamo i richiami di tanti pulcini, forse di quaglia. Sono incuriosito, ma non mi avvicino per paura di calpestarli involontariamente (sono uno di quelli che vede i funghi solo se ci inciampa).
Al Prione ci stravacchiamo un po', godendoci il tepore del pomeriggio, almeno finché qualcuno non se ne rende conto e rimette in moto il gruppo. Ci tocca poi la risalita sul Dubasso, che facciamo con calma. Si sono addensati su di noi alcuni cumuli, per cui qualche menagramo inizia a profetizzare pioggia, ma sono solo nuvole di passaggio. Intanto però ci rovinano la pausa merenda occludendo la vista sulle montagne intorno e generando una fastidiosa luce filtrata. Nel frattempo per fortuna i motociclisti se ne sono andati, così possiamo ritornare nella quiete alla Madonna del Lago, proprio mentre se ne vanno gli ultimi adepti del picnic e il posto ritrova la sua pace naturale.

Galleria fotografica

Madonna del Lago
Madonna del Lago
Monte Dubasso: rododendro bianco
Monte Dubasso: rododendro bianco
Nebbia nella faggeta
Nebbia nella faggeta
Il colle del Prione
Il colle del Prione
Monte Armetta
Monte Armetta
Genziana maggiore (Gentiana lutea)
Genziana maggiore (Gentiana lutea)
Babbo Natale e testa con coppola
Babbo Natale e testa con coppola
Escursionista con mantella e zaino
Escursionista con mantella e zaino
I giganti del Galero
I giganti del Galero
Astro delle Alpi
Astro delle Alpi
Rapace in volteggio
Rapace in volteggio
Monte Dubasso: rododendro bagnato dalla pioggia
Monte Dubasso: rododendro bagnato dalla pioggia