Monte Carmo

Alpi Liguri

10 aprile


Cavalli in cima
Cavalli in cima

Diario di viaggio

Il monte Carmo è un luogo molto rilassante che si presta ad escursioni specialmente nelle stagioni intermedie. Ho percorso questo anello più volte, all'inizio della primavera, tra le prime fioriture, gli alberi ancora spogli e le ultime chiazze di neve in alto.
Anche se, in tutte le volte in cui ci sono stato, non sono mai riuscito a vedere questa montagna con le foglie sugli alberi, mi ha sempre affascinato, per i suoi paesaggi calcarei, l'abbazia di San Pietro in Varatella, la vista sul mare, i cavalli, le enigmatiche caselle.

Si parte da Castagnabanca, dove termina la strada, in parte sterrata ma con fondo discreto, che sale da Verzi. Per una zona soggetta a periodici esboschi si sale al rifugio Pian delle Bosse, attualmente gestito da una coppia di giovani toscani la cui cucina è da provare (però al ritorno, per cena, altrimenti la gita finisce qui). Si può anche fare rifornimento d'acqua all'unica fonte che si troverà durante il giro (in anni secchi potrebbe però essere asciutta.
Di qui si sale lungo la cresta rocciosa. Ad un cartello che indica il sentiero per il Giogo di Giustenice si prende a sinistra, seguendo i due quadrati rossi (c'è un segno scolorito su una pietra). Si esce ben presto dal bosco e si gode di un panorama fantastico sul mare, che si può spingere fino alla Corsica e all'arcipelago toscano, se non c'è troppa foschia. Dopo un altro po' si arriva all'attacco della cresta. Sul lato sinistro, su cui si cammina, non è molto aguzza, mentre sull'altro è proprio verticale e affacciarsi fa impressione. Si risale sulle rocce con un percorso molto aereo che consente anche di ammirare nella sua interezza la Rocca dell'Aia: una lunga e aguzza lama rocciosa che assomiglia alla cresta dorsale di certi dinosauri. Ci sono anche salito in un giorno di scirocco, quando il vento ammassa l'umidità del mare e la condensa in una nuvola spessa ed è stato fantastico. Ancora uno sforzo e si è sull'anticima, dove arriva una teleferica dismessa. Cinque minuti di salita ripida e si è alla croce di vetta. Il panorama si estende alle Alpi Liguri.

Si scende da dove si è saliti, fino alla sella, quindi si attraversa verso destra il prato in piano dove ci sono delle caselle. Mi sono sempre chiesto chiesto a cosa servissero queste costruzioni, ma non ho mai trovato risposte soddisfacenti. La pubblicazione più ampia che ho letto è un libretto del Cai di Albenga trovato al rifugio Mongioie, che però contiene solo una catalogazione delle architetture, senza spiegare a quale periodo risalgano né quale fosse il loro scopo. Al CAI ho sentito dire che sono state costruite negli anni ’50 del Novecento da pastori sardi che giungevano qui coi loro greggi in nave, credo per trascorrevi l’estate. Mi sembra logico pensare che siano state costruite da pastori, perché non vedo quali altre attività si potessero praticare su questa montagna, tuttavia ci sono alcuni elementi che non mi tornano: in Sardegna ci sono stato (nel Supramonte, precisamente) e le abitazioni dei pastori erano ben diverse. Per di più ce ne sono alcune in completa rovina dentro a cui sono cresciuti degli alberi grandi: mi sembra strano che siano potute andare a ramengo in breve tempo, mentre la maggior parte in qualche modo resiste. Faccio anche fatica a capire a cosa servissero: quasi nessuna ha aperture sul tetto, per cui non sono adatte ad accendere il fuoco per cuocere il latte da cagliare, né a farlo stagionare, in quanto non sono ipogee.
Da qui il sentiero è segnato con una X rossa. Recentemente le tacche sono state rinfrescate bene, tanto che non riuscito a trovarlo anche una volta in cui c'erano 30 centimetri di neve per terra e nessuna traccia. Bisogna piegare leggermente a sinistra per entrare in una radura dove si trova una evidente X su un albero che segnala un sentiero, di qui ben marcato, che scende nel bosco. Qui troviamo un tratto, che nella stagione giusta, presenta una spettacolare fioritura: tra fitte roverelle, il terreno è completamente tappezzato da narcisi trombone gialli.
Superata una casella ben conservata, e, più a valle, un punto panoramico verso Loano, si finisce in un prato con numerose caselle, da cui si ha una bella vista sull'abbazia di San Pietro in Varatella, sul monte omonimo, e sulla piana di Albenga con l'isola Gallinara.

Bisogna quindi imboccare un sentiero marcato con un pallino e due trattini che si trova nei pressi della zona più alta del prato, sulla cresta che si affaccia verso ovest (segno su un albero). Il sentiero perde rapidamente quota in una faggeta, in cui si riconosce qualche piazzola dei carbonai, per poi andare più in piano dopo la confluenza con un sentiero proveniente dal basso (qui su un ramo si trova l'indicazione "Sentiero degli ometti" che percorreremo in seguito). Si attraversa un altro bel ruscello e si arriva alla confluenza con un sentiero proveniente da Verzi segnato con un pallino. Si prosegue a sinistra, quindi a cinquanta metri si trova l'indicazione per il rifugio Pian delle Bosse, mentre il sentiero del pallino sale a sinistra e raggiunge il Carmo per una via diretta.
Si imbocca invece il "Sentiero degli ometti", così chiamato per l'assenza del segnavia, sostituito dalle ben note pile di pietre. Si esce ben presto dal bosco per andare a doppiare una cresta rocciosa chiamata Rocca dell'Aia. È un ambiente molto più aspro di quelli attraversati finora, ma assai interessante: si procede tra picchi calcarei di varia forma e si gode di una bella vista sulla costa tra Loano e Borgio Verezzi. Terminata questa zona bisogna ancora superare un vallone per tornare al rifugio Pian delle Bosse. Poco prima del rifugio, ai margini del sentiero, si trova una grande forra.

Galleria fotografica

Hepatica nobilis
Hepatica nobilis
Lungo la cresta
Lungo la cresta
In cresta con lo scirocco
In cresta con lo scirocco
Nebbie liguri
Nebbie liguri
Cavalli in cima
Cavalli in cima
Casella diroccata
Casella diroccata
Erba tronchi ombre
Erba tronchi ombre
Quercia
Quercia
Panorama da Rocca dell
Panorama da Rocca dell'Aia
Rocca dell
Rocca dell'Aia
Hepatica nobilis al tramonto
Hepatica nobilis al tramonto