La ierofania di Monte Vecchio
Grazie abbirrazzati della sera, che siete rimasti a palpeggiare la compagna di bevute
Grazie ragazzine in ciabatte di plastica, che siete andate a fumare una sigaretta a Piazza Principe
Grazie viaggiatori transfrontalieri, che avete proseguito per le spiagge nudiste di Ventimiglia
Grazie cuneesi, che siete andati al santuario a depositare la foto dell’auto accartocciata
Grazie villeggianti, che siete rimasti a curiosare i murales di Pinocchio
Grazie rocciatori, che non avete accamallato nuts e friends alla Roccia del Pino
Grazie a tutti voi mi godo in beata solitudo, sola beatitudo, questo ultimo spuntone di monte che si eleva glabro e scintillante come il Brocken, sopra i boschi cupi che si dissolvono nella caligine della bassa, sopra lo sbrego ruvido della cava di silice, sopra i campanili appuntiti tra i tetti di lamiera, sopra il cementificio grigio e nerboruto.
Avete presente la descrizione delle flotte nei Persiani di Eschilo, un interminabile elenco di nomi che a noi risuonano vuoti? La vidi declamare da un attore d’avanguardia con uno stendibiancheria e le mollette in testa. Credo che ora arrecherei l’identico effetto destabilizzante, un desiderio di ritirata dopo un lancio catartico di pomodori marciti, se recitassi un elenco dei fiori che accarezzo come onde, degli imenotteri che si fermano sul binocolo, dei passeri che cantano nel bosco, dei loro habitat e della loro biologia; se recitassi un elenco delle equazioni per descrivere le geometrie frattali delle erosioni calcaree; se recitassi un elenco delle montagne che osservo in un solo sguardo, delle occasioni in cui le ho calpestate, delle circostanze in cui le ho condivise, del sole e dei temporali e dei venti che mi hanno sferzato, delle età che sono trascorse, della cresta qui di fronte che voglio cavalcare al prossimo sbocciare delle orchidee.
La salita è stata meditativa e crepuscolare, sotto fitti boschi alternati a foreste di ortiche, tra marchi umani marcescenti e sorgenti. Al crescere della quota, dove l’erba è a filo del terreno, il ritmo della danza fotografica è un crescendo di frenesia e irregolarità, le membra sempre più contorte, fino ai ritmi sincopati della sommità.
«Fummo più o meno ubriachi per tutto il viaggio di ritorno», racconta uno dei miei libri di viaggio preferiti. A valle dei maggiociondoli, afflosciate le membra, planerò assente pur senza bisogno di supporti psicotropi, fino a quando non mi fermerò dieci minuti su un gradino a riprendere conoscenza, per evitare di incappare in un’ulteriore immolazione di qualche altra giuntura.
Beati i falchi che volteggiano sopra i fiori per andare a procurarsi il vitto, anziché pedalare lungo i muri incolori della fabbrica: per me quassù è solo un attimo, già stasera il treno affollato mi causerà mal di testa. Solo al rientro noto che, alla partenza del sentiero, un mistico ha istoriato un simbolo sanscrito di impermanenza, dentro un anfratto presso il capanno di un eremita: ogni momento odierno si dissolve come la vita della farfalla bianca che si contorce moribonda tra le foglie secche, tranne le impressioni conservate gelosamente.

















