Ubac


Ubac (dal latino opacus, ombroso, ma anche opacum, luogo tenebroso) è il termine con cui nelle valli occitane italiane è designato il versante rivolto a nord, scarsamente soleggiato. A causa dell'infelice esposizione, la stanzialità umana era diradata ed era invece mantenuto a bosco, come riserva di legname con la duplice funzione di materiale da costruzione e di combustibile. Nelle zone prealpine, a clima sub-oceanico piovoso, l'essenza più diffusa è il faggio, a volte in coabitazione con l'abete bianco e con la presenza più sporadica di altre specie. In passato i montanari hanno favorito la diffusione del primo a discapito degli altri, in quanto era la legna più adatta a divenire combustibile (a volte sotto forma di carbone).
Oggi, venuta meno l'economia di sussistenza, nelle zone precedentemente tenute a bosco, le piante sono libere di crescere e di evolvere in esemplari anche imponenti. Le zone che erano tenute a coltivazione e a pascolo sono riprese da una vegetazione di transizione, che si presenta caotica, paradosslamente più simile a una foresta vetusta non sfruttata, se non fosse per la ridotta dimensione degli alberi.

Queste foto sono state scattate su un ubac molto scosceso della media val Maira, nelle Alpi Cozie, tra gli abitati di Bassura, Aramola e Marmora. Si tratta di un punto in cui la valle si restringe e i fianchi sono molto ripidi, tanto che in passato si era anche pensato di costruirvi una diga. È un versante impervio dove le aree di pascolo e coltivazione erano marginali, anche nei momenti di massimo popolamento, mentre sono rimaste piazzole dei carbonai, a testimonianza della destinazione della zona a bosco coltivato.
Ho scelto l'atmosfera da me prediletta nei boschi, ovverosia giorni d'autunno di le nubi basse, dai colori accesi e i toni tenui, che proprio qui imparai ad amare durante un trek una decina di anni fa. Più passano gli anni, meno stimoli provo nel fotografare radiosi tramonti, ma non mi stanco mai di immergermi nell'umidità lancinante di una nebbia fitta o una pioggia sottile.
Non ho molte parole a disposizione per descrivere l'itinerario percorso più e più volte, con alterni risultati. Per me la nebbia dei boschi, magari insieme alla pioggia lieve, è un'esperienza percettiva e non verbale. Resto tutto il giorno solo, senza proferire parola e quasi senza elaborare pensieri, che non siano epifanie visive. È un'immersione molto intima; non potrei condividerla con altri escursionisti, che rifuggono queste atmosfere e certo non capirebbero perché rientrare alla base quando la perturbazione termina e finalmente il sole riprende a filtrare tra le nubi. Forse adoro la natura che repelle il turismo e si offre solo a me. Tuttavia magari è solo perché l'esperienza mi ha insegnato precocemente che con la nebbia è assai più facile fotografare che con il sole, specie in mezzo ai colori autunnali dei boschi.
Purtroppo nella mia città nebbia e pioggia sono fenomeni sempre più rari e la situazione andrà peggiorando, perché lunghe siccità e brevi piogge torrenziali saranno la norma. Dovrei forse emigrare in Norvegia o almeno in Scozia, Brexit permettendo, o ancor meglio tra le rovine di Zimbabwe, visto che prediligo il caldo al freddo.









© 2008-2022
Sergio Chiappino

Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.