Una giornata uggiosa


Scirocco, aria mite ma greve. Cielo cupo ed esile pioggerellina. Porfido scintillante e cavedagne di fango.

Nel tepore del'umidità che ferma la traspirazione, mi illudo che il solo coprizaino mi basterà. Tuttavia gocce minime ma fitte non mi cadono in testa, mi avvolgono, e mi rassegno allora alla giacca secca di pioggia e umida di sudore.

A ogni passo si ispessice lo zoccolo di fango sotto gli scarponi. Anni di raffinamento della tecnica mi conducono a cercare ogni scampolo d'erba per sfuggirvi. E ogni corpo solido per sfregare le suole e liberarle dal fardello: lasciamo sui muri e sui tronchi le fangose tracce del passaggio, al pari dei i cinghiali dopo il bagno.

È difficile guardarsi intorno: come l'involucro di carne è isolato da un guscio di sottile ma impermeabile, così il pensiero si chiude su sé stesso. Soli, assenti i paesani, i contadini, i cacciatori, i ciclisti. Finita la messa, deserti i sagrati delle chiese, deserte le piazze. Solitario un ragazzo di comunità che si fuma una sigaretta fuori dalla porta. Solitario il barista seduto di fronte al suo locale deserto. Affollato da non poterci entrare solo il bar che trasmette la partita, di gente in circolo con gli occhi inchiodati allo schermo. E l'autostrada del ritorno dal ponte di Ognissanti.