Sub tegmine fungi


«Poco fa pensavo che pareva strano andare con te senza faticare». Qualche ora prima aveva notato quanto minuscola appariva dal santuario la torre, a malapena discernibile, e le sembrava incredibile aver raggiunto l’ottomila da là sotto. Ora invece non siamo certo su un chilometro verticale, anzi siamo in piano a dire il vero, tuttavia la folta erba, che accollerà a uno stinco la prima zecca stagionale, e ogni tanto rami strabordanti oppongono resistenza al nostro incedere: devo riconoscermi il dono di condurla sempre nei posti dove farei a meno di tornare, le volte in cui le propongo un percorso alla cieca. I segnavia abbastanza freschi sono più che altro supporto morale, visto che appaiono qualche decina di metri oltre i passaggi dove il tracciato s’invaghisce. Mi ero pure lasciato ingannare dallo sfalcio per il solito oleodotto per Trecate, in cui mi imbatto sempre tra queste colline: puntava su per la ripa, ma noi dobbiamo proseguire in piano restando nel folto del sottobosco spinoso sul margine della Bormida, all'ombra della scarpata che dalla strada scende al fiume. Qui peraltro neppure pescano i poetici aironi visti prima dal ponte.
Obiettivamente è un po’ curioso questo accesso, che secondo un cartello all’imbocco esseri non specificati avrebbero pure ripristinato in data ignota, restaurando l’antica ghiacciaia, murata e invasa dalla vegetazione anch’essa. Le stesse frazioni del paese sono molto peculiari. Una ha un’aura rurale quasi plurisecolare, con fienili ad archi, i mattoni della vicina fornace, pesanti porte di legno rattoppato, la casa nobiliare con cappella sontuosa nel giardino, e forni in pietra grezza, come se qui arasse ancora il bue. Un’altra invece la medesima estetica di quelle vedute in bianco e nero riprese tra il 1920 e il 1960, nelle moderne frazioni nate lungo le nuove carrozzabili ottocentesche con le case affacciate sulla statale senza marciapiede; allora la strada era regno dei pedoni, mentre oggi dobbiamo scansare un flusso tambureggiante di auto e moto. Tutto ciò non risulta eccessivamente strano se si risale questo ramo della Bormida, mentre sembra un viaggio a ritroso nel tempo se la si discende, perché il paese contiguo e più massivamente i precedenti sono stati estesamente industrializzati. Nocciolandia invece Le era parsa una New York di inizio Novecento, ma con edifici segati, Nutellandia l’urlo di Munch cementificato.

Praie
Praie
Praie
Praie
Praie
Praie
Nel querceto
Nel querceto

Infine un bosco di querce con le foglie luminose per il controluce annuncia l’ansa, dopo la quale saliamo fino al cimitero, dove ci hanno anticipato dei motociclisti. «Ma tu sapevi che si poteva arrivare su strada?» «Sì, ma mi pareva brutto percorrere la statale a piedi da dove abbiamo lasciato l’auto» «No, io dico proprio venire in auto» «Ovviamente non sapevo niente di come fosse il sentiero, ma tenevo a mostrarti le architetture e i ciri sul fiume» Ha battezzato Ciro l’airone cinerino di gesso del giardino dei suoi (per corrispondenza d’amorosi sensi ora li chiamo anch’io così), pertanto ogni volta che dal tandem li vediamo ravanare nei campi appena arati le viene in mente la Tammurriata nera (“è nato nu criaturo è nato niro,/e 'a mamma 'o chiamma Ciro, sissignore, 'o chiamma Ciro“), mentre a me Impressioni di settembre, dove lo sostituisco al cavallo che tende il collo verso il prato.
La vedetta superiore è occupata dai motociclisti, per cui scendiamo a quella inferiore, per poi fare due passi indietro quando scendono pure loro per le foto in posa, prima di dileguarsi in fretta, mentre noi proseguiamo a contemplare. «Nella forma assomiglia più ai pasticcini funghi che ai funghi funghi» «Ma di due sapori diversi» «Una volta mia mamma li ha comprati al CONAD metà di cioccolato e metà di zabaione con il Marsala, li ho dovuti staccare uno ad uno». Il cappello infatti è un grande masso di ofioliti scistose, le rocce derivate dal mantello terrestre e rimodellate dall’orogenesi alpina assai comuni tra Piemonte e Liguria, mentre il gambo è di conglomerato, ovvero depositi fluviali tutti arrotondati, ma eterogenei in natura e dimensioni, cementati da carbonato di calcio. Le dimensioni sono agli steroidi, in raffronto alle più comuni piramidi di terra dei terreni morenici.
«Testimonio bizzarro di ingente erosione è il cosi detto Fungo di Piana, masso rotondeggiante di scisto cristallino, il quale riposa sopra un esile pilastro di conglomerato dell'altezza di 4 a 5 metri, in riva della Bormida, presso la parrocchia di Piana Crixia», lo descrive abbastanza clinicamente Issel (Liguria geologica e protostorica, 1892). Pensare ai processi che hanno portato il cappello sul deposito, allo scavo e soprattutto agli interminati tempi necessari mi proietta in dimensioni sovrumane; con il termine bizzarro Issel esprime l’accidentalità che lo rende un fenomeno così insolito, la casualità degli eventi irripetibili che conducono a un’esistenza singolare.
Oltre la staccionata una sottile ma evidente traccia nel magro prato, ai piedi di una scarpata di conglomerato, conduce all’ombra del fungo. Mi pare agevole, per chi è pratico di sentieri impervi, per cui le propongo di scavalcare e accomodarci sul lato a monte. Da sotto, per il colore cupo e la forma allungata, il cappello pare più un’incudine appoggiata su una colonna rastremata, o i martelli di Another brick in he wall dei Pink Floyd quando s'inclinano nella marcia militare, qualcosa che suscita potenza e anche violenza, piuttosto che la curiosità un po’ morbosa da attrattiva di un circo dei freaks della geologia, a cui fa più pensare da lontano. Sdraiata sotto l’ampia cappella del fungo per qualche istante le viene la pelle d’oca per il freschetto, mentre assaporiamo il genius loci del fiume infossato nella valle boscosa e seguiamo due falchi disegnare spirali in cielo.
Invece farne il periplo dev’essere una faccenda più rognosa, perché sul lato verso valle il pendio è molto scosceso. Quanto a salirci sopra, in rete non trovo indicazioni, né è citato dalle pubblicazioni dedicate ai sassi arrampicabili della zona reperite in biblioteca: i sassisti hanno scovato pietre nei recessi dei boschi di Cairo Montenotte, ma non hanno mai risalito la Bormida sin qui, apparentemente. Gli abitanti di Piana non paiono aver mai notato il fungo come stranezza degna di nota (a parte il fatto che non era di nessun beneficio a una popolazione costretta a spremere grano dalle pietre): non ne parla nessuna cronaca, non sono registrati culti anche goliardici al suo cospetto e non compare neppure nelle confessioni di masche e masconi immolati per estirpare la peste seicentesca, acme di più di un secolo di carestie, pestilenze e invasioni. Neppure è citato dalle variegate elucubrazioni sull’oscura origine di Crixia; tra l'altro mi sono dimenticato di chiederne la pronuncia al popolo, se Crizia come afferma la Wikipedia o Criscia alla genovese, sempre che ne esista una e non sia solo un'aggiunta colta a Piana fatta da chi ha consultato la Tavola Peutingeriana.

Fungo di Piana Crixia
Fungo di Piana Crixia
Fungo di Piana Crixia
Fungo di Piana Crixia

Dopo vagabondiamo per il cimitero; io bado soprattutto alle date, tipo un centenario e cinquant’anni di vedovanza, come la moglie di Vincenzo Lancia. Lei invece sistema maternamente tutti i vasi di fiori caduti. Alla fine mi chiede come si fa ad accedere a un’ala che pare oltre un muro invalicabile e io le indico la strada. «Se guardi solo alcune tombe gli altri si offendono», mi dirà. Passiamo quindi in quello che sembra il centro più antico del paese, con la chiesa di metà Settecento in arenaria marrone di Langa e una strettoia acciottolata, l'accento debolmente ligure di un gruppo di uomini che parla di grandi feste sulla costa, tutte cose molto caratteristiche, ma in maniera più turistica e convenzionale delle frazioni precedenti. Torniamo per la statale, contando sul traffico ridotto, visto che sono ormai le 18.30. Va molto più diretta all’imbocco del sentiero, per cui Lei mi interroga per sincerarsi che non abbiamo camminato nel sottobosco così poco, visto che le è sembrato un’eternità ed effettivamente era parecchio più lungo. Infine le avevo promesso un vecchio cane tenuto in una cesta, nella casa presso il passaggio a livello, ma in questo momento non c’è. «Così non saprò mai com’è, perché sabato scorso non l’hai fotografato. Ma perché?». La ragione a Lei ben nota è la mia antisocialità. Si può consolare con degli insoddisfacenti gattini inaccessibili.
Alla fine non ci resta che scegliere se tornare a casa per la via diretta tra le zone industriali o fare un giro rurale, ma più lungo. L’oracolo digitale promette che non lo sarà tanto di più, così Lei mi concede la scelta di quest’ultimo, da cui la vista aerea della luce radente sulle monocolture vinicole è effettivamente mirabolante. Tuttavia il bugiardo ci farà attorcigliare per stradine più di quanto avrebbe fatto la via che conosco. Lei ricorda solo vagamente le mie insignificanti facezie dal giro di quattro anni fa sull’ottomila, cosicché la posso intrattenere a ogni paese con un aneddoto, mentre talloniamo un camper emiliano follower del nostro stesso oracolo, evidentemente. «Vedi? Avrei dovuto stare assieme a uno che aveva il camper con la moto al seguito, come questo» «Il tuo ex» «Ah già»

Cimitero di Piana Crixia
Cimitero di Piana Crixia
Borgo
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Molino
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Praie
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Sergio Chiappino

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